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Intervista a Gabriella Belloni “Il mio Sogno Americano”

Gabriella Belloni è l’autrice dell’ebook “Il mio sogno americano” che trovi QUI
Lei è letteralmente fuggita dall’Italia con il mito dell’America e questo libro ne racconta il viaggio durato 30 anni
Alla fine degli anni ’60 nel mondo era nata un’ internazionale dell’avventura che portava orde migratorie pacifiche da un paese all’altro, da un continente all’altro. Una nuova Babele nomadica che moriva dalla voglia di assaggiare i frutti proibiti dell’albero del bene e de male….un albero che cresceva rigoglioso in un posto come l’America. Non sono partita per fare ‘fortuna’ ma per seguire il sogno di avventura e libertà.
Da cosa nasce la voglia così profonda di fuggire dalla propria casa, dalle proprie abitudini, dalla propria vita?
Non ho mai accettato che un evento casuale come il luogo di nascita determinasse il resto della mia vita. E poi una sfrenata curiosità per tutto ciò che non è familiare.
Cos’era l’America negli anni ‘70? Un mito o semplicemente la trasgressione?
Era entrambi. Il mito della ‘life on the road’, la vita in movimento, è sempre stato il ‘credo’ americano: se le cose non funzionano da una parte ci si sposta da un’altra e così via. Ed era quello di cui avevo bisogno, il non sentirmi dentro al ‘recinto’ e la trasgressione non era altro che ‘if it feels good let’s do it’ in altre parole fare ciò che si desidera, quindi sperimentare, aprire le ‘porte della percezione’.
Chi l’ha aiutata nel suo viaggio?
Paradossalmente, fuggivo dalla famiglia ma sono stata adottata dalle famiglie americane: prima da una famiglia ebrea newyorkese, poi dalla tribù dei Navajos, e infine dall’aristocrazia californiana.
Quali sono le persone che ricorda con maggiore simpatia?
Mi viene subito in mente Prince, il cuoco nero che mi ha fatto conoscere Harlem. Ma il mio cuore è californiano. Ricordo con particolare affetto gli adolescenti che mi hanno fatto partecipe del loro mondo perché hanno capito che in fondo sono una di loro.
Il suo è stato un viaggio nel buio a 20 anni, lo rifarebbe?
Certo che si! Sono cresciuta ‘giovane’ grazie alla scelta che ho fatto a 20 anni. Anzi, lo consiglio ai giovani tutte le volte che me lo chiedono…anche perché nonostante le avventure a volte pericolose, sono qui e il mio è un viaggio che posso raccontare.
Come sarebbe stata la sua vita se fosse rimasta in Italia e non avesse ascoltato il suo cuore?
La mia ambizione era quella di fare la reporter televisiva. Lavoravo in Rai e allo stesso tempo facevo la fotoreporter per ‘Ciao 2001’ . Mi dissero che dovevo scordare la mia ambizione perché ero donna e non ero ‘protetta’. Invece avrei dovuto trovare un marito, fare figli e poi dopo 40 anni andare in pensione magari con l’orologio d’oro. La depressione mi stava uccidendo, volevo morire. Poi incontrai Jim Morrison all’Isola di Wight e mi disse: “Follow your dreams, follow the music, baby”. E così è stato.
Lei ha conosciuto persone di razze diverse che sono diventate sue amiche, come si vive in America la multiculturalità?
Tolleranza e rispetto per ciò che è diverso. E’ proprio la multiculturalità che fa dell’America un grande Paese. Anche se il razzismo è un fenomeno che ho trovato vivo anche negli anni ’70. Poi per fortuna in America la ruota gira e oggi il Presidente è afro americano. Era impensabile 20 anni fa.
E perché è tornata?
Perché seguo il mio sentiero che per ora mi ha riportato nel posto dove sono nata. Ho lasciato l’America due mesi prima dell’ 11 settembre 2001, ebbi una premonizione. E poi nulla fu più come prima.






