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Quotidiani: i paradossi di una crisi profonda
La stampa quotidiana è in forte difficoltà, e il «Financial Times» ne annuncia la morte con un necrologio che riporta due date: 1764-2009. In America, dal «New York Times» alle gazzette di provincia moltissimi giornali vanno in bancarotta uno dopo l’altro: pubblicità in declino, età anagrafica dei lettori troppo avanzata, concorrenza di internet, sconsiderati livelli di indebitamento, costi inflessibili sono alcune delle cause di una crisi strutturale, cui va aggiunta la peggiore recessione economica che si ricordi.
Da noi non va meglio, la Federazione italiana editori di giornali, nel rapporto sulla stampa 2006-2008, ha evidenziato una grave crisi del settore, con un aumento delle perdite pari al 100% e un calo degli utili del 30%; e la situazione è destinata ad aggravarsi per tutto il 2009.
Ma, paradossalmente, la stampa quotidiana non ha mai avuto tanti lettori come oggi: grazie alle edizioni on-line degli stessi quotidiani in crisi nera, i cittadini del mondo non rinunciano mai al loro quotidiano, lo leggono sullo schermo del pc o di un telefonino senza sborsare un soldo. La crisi dei giornali arriva mentre la loro audience globale sta crescendo più velocemente che mai, se pensiamo che i siti dei quotidiani americani hanno attirato, nell’ultimo trimestre del 2008, più di 66 milioni di visitatori, con un aumento del 12% sull’anno precedente. Vale a dire che il 40% di coloro che navigano in internet si trovano sul sito di un giornale. In Europa, la tendenza è simile. Come si spiega questo paradosso? Semplicemente, è in crisi il formato dei quotidiani, non la sostanza. D’altro canto, gli introiti delle pubblicità per i quotidiani on-line non bastano a coprire le spese che queste testate devono affrontare.
C’è chi osserva che la libertà di informazione è un bene troppo importante per lasciarlo alla mercé del mercato – i dati riportati sopra gli danno ragione – perciò propone che siano filantropi illuminati a salvare i giornali. In Francia, di questo si fa parzialmente carico lo Stato, che ha stanziato 600 milioni e raddoppiato la pubblicità. Ma non può essere così ovunque.
Walter Isaacson, ex-direttore di «Time», sostiene che andare on-line gratis sia una scelta suicida per i giornali, ma gli abbonamenti digitali offerti da alcune testate on-line hanno dato finora scarsi risultati. Isaacson propone un sistema di micropagamenti che permetta di scaricare singoli articoli senza dover necessariamente fare un abbonamento, un po’ come succede per iTunes. E parla di contenimento dei costi, realizzabile con l’abbandono della carta per passare completamente al digitale e uscendo solo in determinati giorni.
Ma non si produce buon giornalismo a basso costo perché, diminuendo il valore del prodotto, diminuisce la qualità dell’informazione, nel giornalismo on-line come in quello cartaceo. Ciò non toglie che alcuni costi debbano essere tagliati, partendo proprio dalla necessità di ridurre il debito accumulato dai giornali, un debito che si porta via ogni anno un’ingente quota di ricavi, tra interessi, tasse, deprezzamento e ammortizzazione. Questa sembra essere la soluzione più praticabile e realistica.
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